Il terzo occhio di un artista eclettico e poliedrico
Roberta Manara
Il decimo anniversario dalla morte di padre Costantino Ruggeri è stata l’occasione, per la Fondazione Frate Sole, di poterlo ricordare con una mostra per così dire ‘ibrida’ che documentasse sia l’amore tributato a Pavia, sia la passione per l’arte fotografica. Pavia ieri si sarebbe dovuta intitolare la mostra che il frate-artista aveva in animo di inaugurare negli spazi espositivi del castello visconteo, da maggio a luglio 1984, alla quale stava lavorando da oltre un anno raccogliendo materiale iconografico eterogeneo e che, per motivi sconosciuti, non riuscì a realizzare. Per concretizzare questo ambizioso progetto espositivo di rilettura iconografica della città, l’amico fraterno Guglielmo Chiolini gli aveva fatto dono di un corpus di 200 positivi in bianco e nero di grande formato (24 × 30 cm), della cosiddetta ‘Vecchia Pavia’, scatti suoi e di altri fotografi (Tollini, Nazzari, Valli, Moisello, Trentani…), a partire dalla fine dell’Ottocento, di quella città che non esiste più, immagini che Costantino riteneva impressionanti per una loro dolcezza, quasi fossero evocate da sogni. Il frate, che aveva sottolineato in più occasioni il suo debito d’ispirazione a Pavia, città d’adozione, disse al confratello Fabbretti:
La città si rivelò subito perfettamente congeniale al mio sentimento e al mio temperamento. Si faceva ascoltare, guardare, sognare. Pavia tu non puoi attraversarla di corsa. […] Pavia t’incanta sempre e in tutti i suoi spazi d’ombre e di luce, di storia e di gente viva, sui pinnacoli rossi delle sue torri, e sulle guglie delle sue chiese. Incanta in terra e sottoterra; sì, anche nelle cripte e nelle cantine. […] Non a caso ho costruito il mio studio in una soffitta-granaio, luminosa e barbara, dove maschere e travi, gerani e uccelli s’affacciano sui vicoli e sui tetti, sostano e se ne vanno1.
L’intento della mostra che voleva realizzare non era solo di gratitudine nei confronti di una città che lo aveva calorosamente accolto, ma anche di consegna alle generazioni future, attraverso testimonianze artistiche e documentarie uniche, di una memoria tangibile di questo straordinario passato. Il felice ritrovamento del corpus di immagini della ‘Vecchia Pavia’ (in occasione di un riordino dell’archivio della Fondazione) ha suggerito lo spunto per la mostra Era Pavia nel cuore di fra Costantino, Guglielmo Chiolini, Mino Milani2 che, allestita nel 2017 nella prestigiosa cornice comunale del Broletto “Spazio Immagine Design Rossana Bossaglia”, si è sviluppata su due binari paralleli: la volontà di concretizzare i desiderata del frate francescano nel decennale della morte, ma anche di mostrare, attraverso la selezione di suoi scatti inediti, un ulteriore aspetto di questa eclettica, volitiva e poliedrica personalità, ovvero la sua passione per la fotografia, arte che praticò in prima persona, raggiungendo risultati straordinari, dagli anni Sessanta del Novecento. Così, inarrestabile, egli affrontò una nuova avventura e ancora una volta mise in pratica il suo pensiero:
Il mondo ha bisogno di riaccendersi, come l’aurora, come la primavera. Ma per riaccendersi e rifiorire ha bisogno di bellezza, di fantasia, di creatività […] La vera fedeltà al passato, alla società, alla Chiesa, all’Ordine, sta nella libertà di rinnovarsi continuamente3.
È parso metodologicamente corretto, nell’affrontare la ricognizione iconografica di Pavia, partire da un nucleo storicamente definito (reperibile in Fondazione e, nella sua completezza, nell’Archivio Storico G. Chiolini), all’interno del quale sono state selezionate immagini meno note del tessuto urbano, di periodi storici differenti, con un percorso espositivo che ha preso le mosse, secondo la volontà di Costantino, da una veduta d’assieme della città dal Borgo Ticino, proseguendo lungo la circonvallazione interna, lambita a sud dal fiume, con le porte e i baluardi che a breve sarebbero stati abbattuti, per concludersi nei pittoreschi vicoli dell’antico centro storico. La possibilità di accostare, ai positivi in bianco e nero dello Studio Chiolini, quelli a colori di Costantino è sembrata una felice e stimolante combinazione per avvicinarsi alla città con un occhio insolito, dove il valore aggiunto era rappresentato dagli scritti dell’amico comune, noto storico e scrittore pavese Mino Milani. Questo “scrittore d’oggi”, che Gianni Rodari riteneva capace di “narrare per immagini” evocando il ritmo delle azioni, è l’espressione concreta di un grande attaccamento alla città in cui è nato, dalla quale non ha mai voluto andarsene, e nella quale ha ambientato numerosi suoi racconti.
Ci ha aiutato, in questo percorso per immagini, la parola sempre lucida e arguta del grande maestro pavese, la cui sensibilità letteraria si integra perfettamente con quella artistica dei due fotografi – che riconosce in padre Costatino un artista che, andando persino oltre la propria arte e i propri progetti, riusciva a esprimere insieme concretezza e sogno, restando coerente con tale sintesi fino alla fine. Vi era in questo talento, una grandezza, una sintonia ineguagliabile del padre francescano con Pavia. La mostra non ha voluto proporre una lettura nostalgica e malinconica della città, né un raffronto tra ieri e oggi, quanto piuttosto riallacciare idealmente un dialogo fra tre grandi maestri e la loro Pavia. Il topos è stato la ‘pavesità’, il filo conduttore l’amore devoto e incondizionato per Pavia, da parte di tre indiscusse personalità locali, legate tra loro da un rapporto d’amicizia unico e da affinità elettive: Guglielmo Chiolini, padre Ruggeri e Mino Milani, tre voci armoniche e complementari che hanno contribuito, ciascuno in modo personale e specifico, a cantare e valorizzare Pavia, ricercando e consolidando il concetto del bello. Costantino, in particolare, era convinto che la bellezza, così centrale nella sua vita, fosse uno strumento comunicativo in grado di parlare un linguaggio universale nel tempo e nello spazio e, citando Dostoevskij, capace di salvare il mondo. Personalità tenace nello studio e nella ricerca, amante del bello e del sublime, egli ha sempre cercato di circondarsi di nuovi stimoli, mai pago dei risultati raggiunti, instancabilmente aperto a cogliere tutte le ricchezze non ancora esplorate del sapere. Come sembrano indicare le oltre 600 diapositive a colori, dedicate dal frate-artista alla sola Pavia (a 10.000 scatti ammonta l’intera raccolta), che permettono di arricchire e integrare la sua variegata e proficua produzione artistica, precisando ulteriormente le tappe della sua ricerca tecnica ed espressiva lontana dagli schemi tradizionali, dagli stereotipi e dalle imposizioni del mercato dell’arte. Se in alcuni scatti fotografici egli propose una rilettura iconografica dei medesimi luoghi indagati dall’amico Chiolini, in altri il suo sguardo curioso si concentrò sul particolare, sul dettaglio ‘stravagante’, sull’objet redécouvert, sull’animale indifeso, fosse esso un cane, un uccellino o un gatto, spesso mimetizzati nello scatto. L’attenzione era rivolta a scorci nascosti, angoli pittoreschi, atmosfere quasi oniriche ripresi nelle diverse ore del giorno e con condizioni metereologiche differenti: nebbia, pioggia, neve, alba, crepuscolo, imbrunire, sera, notte. Ma anche a tetti, comignoli, panni stesi, paramenti murari, intonaci, marmi, laterizi, pavimenti, acciottolati, inferriate, portoni, vecchie scale, nature morte, il fiume, le torri, i panorami, le vecchie mura, angoli noti e nascosti, oggetti riconoscibili e non, antiche memorie. Padre Costantino anche in fotografia non rinunciò alla personalissima cifra stilistica. Amò immagini che esibiscono un taglio non banale, con angolazioni insolite; predilesse le geometrie, ma non le simmetrie, le vedute dall’alto, le inquadrature sempre molto studiate; in esse il manufatto artisticamente più rilevante non primeggia frontalmente, ma fa da corredo; anzi spesso in primo piano viene dato ampio spazio al buio, all’oscurità. Prevalente e onnipresente il nero o, meglio, la tenebra, contrapposta all’antico rosso dei mattoni, tipicamente pavesi. Frequentemente tra lui e il soggetto fotografato egli interpose una sorta di diaframma: una grata, un arco, un filo spinato, un’ombra, una muratura, una fronda fitomorfa … che sembrano sfumare e far perdere consistenza al soggetto ‘reale’ relegato in secondo piano. Suggestivi gli scatti dedicati ai vicoli, stretti e acciottolati, dalla solarità intensa, che sottolineano l’affinità di interessi e d’intenti con l’amico Chiolini il quale, come lui, non fotografava sovente l’elemento umano, presente solo in pochissimi scatti, ma rivolgeva prevalentemente l’attenzione all’oggetto artistico in sé. Sono immagini riflessive, accattivanti e spesso misteriose nelle quali traspare la sensibilità, non comune, di Costantino che sognava a occhi aperti e vedeva atmosfere e spazi sempre nuovi. Nei suoi scatti, che si caratterizzano per la lirica personalissima e per un’idea del mondo derivata dal Cantico delle Creature, c’è la Pavia del cuore e dell’anima.

Padre Costatino nello studio del convento di Canepanova a Pavia; vista dello studio dall’esterno; il padre nel giardinetto dello studio; al lavoro nella cellaatelier; nel laboratorio vetrate
1 C. Ruggeri, in N. Fabbretti (a cura di), Soltanto un fiore. Genesi di un artista cristiano, Dies, Milano 2001, II ed., pp. 62-63.
2 Era Pavia nel cuore di fra Costantino, Guglielmo Chiolini, Mino Milani, a cura di R. Manara, catalogo della mostra (Pavia, Broletto, Spazio Immagine Design “Rossana Bossaglia”, 15 dicembre 28 gennaio), Pavia 2017.
3 Ivi, p. 34.