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La formazione francescana e artistica

Fra Carlo Cavallari

Quando entrò nel convento di Saiano come fratino, Costantino era un bimbo come tutti gli altri. La famiglia aveva assecondato il suo desiderio di divenire frate e, dopo l’insuccesso presso i carmelitani appena fuori casa, venne mandato al Seminario Minore di Saiano. La vita comune e il corso di studi ordinario si arricchivano della liturgia, del gioco e dei lavori di campagna. Alcune riviste e fotografie d’epoca parlano di questa vita francescana semplice, austera e gioiosa, delle rinunce e della letizia fraterna entro le mura del convento tra chiesa, refettorio, aule di scuola, stanzoni comuni, cortili, stalle e terreni estesi fino al muro di cinta. Talvolta l’orizzonte dei fratini si allargava oltre il colle: intruppati, essi andavano in gita ai vicini santuari, ad aiutare un agricoltore o, allineati, al funerale di qualche benefattore. Erano occasioni per riprendere contatto col mondo che ave- vano lasciato. Boschi, casolari, dipinti e affreschi delle chiese, paramenti e addobbi liturgici, paesaggio e borghi del circondario segnavano allora la fervida immaginazione del piccolo Costantino.

Alcuni disegni a tempera, conservati nell’archivio della Fondazione Frate Sole, ne testimoniano la precoce creatività; che egli li abbia conservati è segno dell’importanza che lui riservava a questi primi lavori, germogli della sua spontaneità. Degni di nota sono anche i dipinti a tempera, ascrivibili al soggiorno a Saiano, con scene di vita, di Cristo e san Francesco. I colori vivaci e le figure con forti contorni neri, ‘alla Matisse’ o ‘alla Leger’, segnalano un ardire che si potrebbe ritenere non conforme al realismo e alla cultura figurativa dell’autore, assorbito probabilmente da libri e riviste disponibili, o forse da una didattica aperta al nuovo.

Nel 1943 Costantino si trasferì a Rezzato per l’anno di noviziato improntato a uno schema formativo già di Saiano, ma più esigente nella dedizione; fu ‘anno della prova’ per l’emissione dei primi voti il 30 settembre 1944. Non più bambino, con gli altri si preparò, in ritmi segnati da studio della Regola, silenzio e scelte ascetiche, alla decisione per una vita consacrata a Dio nella fraternità, seguendo Vangelo e Regola e servendo i poveri. In questo periodo di discernimento egli avvertì con chiarezza la chiamata a essere artista innestato nella vita francescana, per prodigarsi, come san Francesco, nel lodare con gioia Dio nella via povera, che era stata anche di Cristo.

Avrebbe più tardi segnalato che quest’anno, estremo e radicale, segnò una svolta determinante di vita e d’arte: ne ricordò l’essenzialità, dettata dalla spiritualità del luogo e del noviziato, ma anche dalla guerra. 

 

La strage degli innocenti, 1941, tempera su carta. Pavia, Fondazione Frate Sole

 

Radicalizzò infatti allora l’amore per la propria vocazione e intuì i tratti di un proprio stile: permettere che il poco, il povero, il nudo lasciassero spazio all’emergere della Bellezza, dono divino, soprattutto attraverso la luce che lo avrebbe, in seguito, impegnato a dipingere per creare, su un foglio come su un pezzo di legno o su una parete, una più potente Luce. Ci resta un album, oltre che con acquerelli, anche con disegni dai tratti semplici, in forme grezze e primitive, a carboncino, china o colori di terra sul luminoso bianco della carta.

Gli era stato permesso di disegnare purché non si distraesse dagli impegni religiosi; gli educatori, avendone intuito il dono, ritennero la sua dedizione idonea a incanalarne le molte energie. Al novizio vivace e arguto, in ragione della scelta di vita e della guerra, non furono dati colori e pennelli, ma egli se li procurò usando cenere, carbone, terra e residui vari trovati nel convento. Questa povertà sarebbe più tardi divenuta per lui scelta di cui essere fiero.

Le sue forme primordiali dipendevano da ancora acerbe capacità, da interessi e limiti di contesto, segnalavano però anche la sua sintonia con l’arte del Novecento, in particolare quella primitiva degli artisti delle avanguardie. Vi emerse persino, forse secondo una diretta relazione non però accertabile, una certa affinità con l’arte camuna, scoperta a partire dal 1909 e divulgata negli anni Trenta.

Per affrontare gli studi liceali, dopo la professione solenne Costantino si trasferì a Sabbioncello di Merate. Vi trovò un ambiente ricco di stimoli nelle proposte di gite, conferenze di vario genere (dall’arte all’astronomia), proiezioni filmiche e racconti per immagini. Si conservano presso l’ordine alcune riviste prodotte nel secondo dopoguerra, con contributi redatti nelle varie case di formazione che consentivano scambi e confronti a distanza tra i giovani frati. Trattavano in prevalenza di letteratura, arte, spiritualità, missione. Sfogliandole risultano evidenti sia la serietà e l’impegno dei giovani autori che la ricchezza e l’apertura della proposta formativa loro offerta. Costantino vi si implicò con articoli e disegni che indicavano, con il consolidarsi della vocazione francescana, l’emergere di un personale profilo artistico. I disegni in forme semplici ‘alla Sironi’ o ‘alla Carrà’ si differenziavano da quelli illustrativi e pittorici dei compagni. Segnalavano una maturazione dovuta alla sua frequentazione, di studio e biblioteca, del pittore Donato Frisia, che viveva a Merate.

Dopo l’anno al convento di Cividino di cui non si ha traccia, il giovane frate approdò con i compagni, per affrontare lo studio della teologia, a Busto Arsizio, città vivace seppur provinciale e segnata da dinamico sviluppo industriale. Negli stessi anni, stimolati da personalità lungimiranti, i Frati Minori Lombardi avevano accettato la sfida della Carità esercitata nella cultura dando vita all’Angelicum, presso il convento milanese di Sant’Angelo, sede di un centro progettato da Giovanni Muzio, referente dell’Ordine per la costruzione di chiese e conventi oltre che per la promozione dell’arte sacra. Godendo della fiducia dei superiori, l’architetto sostenne l’inclinazione artistica di Costantino.

Quest’ultimo, inoltre, poté sia far da garzone, scambiando riflessioni e apprendendo tecniche esecutive, al pittore Alessandro Pandolfi mentre questi dipingeva cicli figurativi nella chiesa conventuale di Busto, sia far rapide incursioni, in autostop, alle gallerie d’arte di Milano coi compagni.

 

Padre Costantino in una delle prime esposizioni delle sue pitture. Pavia, Fondazione Frate Sole

 

I documenti attestano il favore di superiori e formatori per la loro educazione artistica che comportava visite al vicino Castelseprio, a mostre e a studi di artisti. I giovani frati riuscirono così a tessere una fitta rete di relazioni con galleristi, artisti e architetti contemporanei (Sironi, Fontana, Figini e Pollini, Ponti, Cardazzo, Ghiringhelli), aprendo con loro un dia- logo rispettoso e schietto in un clima di fraternità artistica che offrì, in particolare a Costantino, la possibilità di maturare artisticamente, umana- mente e spiritualmente, disponendosi ad arricchire di bellezza il convento e la chiesa. Primo esito importante fu il ciclo di affreschi dedicati a San Francesco che egli dipinse nel convento di Busto, nel 1948-1949. La loro veloce realizzazione dipese certamente dalla tecnica ma era anche forse dovuta all’imminente trasferimento a Milano. La Cronaca conventuale registrò il progresso dei lavori, quella degli studenti compagni dell’artista non gli risparmiò feroci critiche.

Gli affreschi murali, nella nobile tradizione attualizzata nel Manifesto della Pittura Murale redatto da Sironi con altri nel 1933, sancirono l’identità di pittore di frate Ruggeri, furono un primo, vero ingresso nel mondo degli artisti, benché egli fosse privo di specifica formazione. Conclusi gli affreschi e lo studio della teologia, nel settembre del 1949 egli venne destinato al convento di Sant’Antonio, in Milano, per intraprendere l’attività pastorale e prepararsi agli ordini sacri.

Tra i giovani frati si era allora diffuso un clima turbolento, per dinamiche interne e per quell’aria di rinnovamento che cominciava a circolare, che scosse il sistema conventuale. Per riflettere nella calma e prepararsi in modo adeguato ai compiti del loro ministero, Costantino e i suoi compagni vennero inviati in vari conventi fuori dal territorio della Provincia Lombarda. Costantino visse a Trento un anno sereno e proficuo, favo- rito dalla sobrietà della gente e dei frati trentini che lo coinvolsero nella famigliarità dei rapporti già vissuti nell’amata Franciacorta, tra i suoi. Qui coniugò la vita conventuale con le questue nei dintorni di Trento e con la pittura di scene di vita agreste, di animali, di paesaggi.

A marzo del 1951 celebrò la sua prima mostra personale nella milanese Galleria San Fedele dei gesuiti, presentata da Mario Sironi, che gli si era avvicinato in cerca di consolazione, negli ultimi anni per lui grevi a causa della caduta del Fascismo (di cui era stato artista ufficiale) e per la morte della figlia Rossana. Sironi, riconosciuto il suo talento, andò a Trento, con lui selezionò i quadri da esporre e presentò la mostra in assenza di Costantino, rimasto a Trento per concludere la preparazione all’Ordinazione.